La mia vita da single mi è sempre piaciuta molto. L'ho difesa, argomentata, protetta. Dalle incursioni degli uomini così come dal giudizio degli altri. Ho sempre detto che sono single, ma non sono sola. Vero. E la differenza è sostanziale. Tra la mia famiglia d'origine e quella acquisita (i miei tre amici più cari), non ho mai avvertito davvero l'esigenza della persona per la vita. Quella, a mio avviso, ce l'ho già. Anzi ne ho più di una. E mi ritengo fortunata per questo.
Tuttavia, ci sono certi giorni... Quei giorni in cui vorresti tornare a casa e trovare un essere vivente ad aspettarti. Quei giorni in cui ti infileresti sotto le coperte e sprofonderesti nell'abbraccio dell'altro. Quei giorni in cui saresti grata persino dei difetti insopportabili del tuo partner, purché tu ne possa ravvisare la presenza intorno, affianco e dentro di te.
Ok, questo è il sogno, ma poi, ogni volta, mi tocca fare i conti con la realtà.
Così, ogni volta che ci provo ad avere una relazione o una qualsiasi cosa che possa minimamente avvicinarsi a una relazione, mi sorprendo a d essere io l'approdo sicuro, il porto nel quale rifugiarsi, la panacea per tutti i mali della giornata. Per carità, non è colpa degli uomini che ho incontrato. Evidentemente, inconsciamente, sono vittima della sindrome della crocerossina. E proprio non posso fare a meno di ascoltare, aiutare, consolare, coccolare. O di scegliere l'uomo che ha bisogno di questo tipo di donna. Ci ragionavo l'altro giorno quando, in procinto di incontrare "l'uomo con le carte in tavola" (vedi post ricominciare), sono stata sommersa dai suoi sms. "Fra un po' ci vediamo", "che fai di bello?", "ma sei contenta?", "come stai?", "ma se deve essere un problema rimandiamo". E' stato allora che, tra una cena da organizzare in un'ora e mezza, un lavoro da concludere, le pulizie condominiali e la doccia ancora da fare, mi sono chiesta: " ma quand'è che potrò fare io la parte della femmina?"
Non c'è verso, scelgo sempre l'uomo che dipenderà da me e dalla forza che pensa io possegga. Eh, già, perché in tanti uomini che sono passati nella mia vita, l'unica costante è quella di essere stata da tutti considerata una "donna forte". Non lo sono, non lo sono mai stata. E non me ne frega neanche di diventarlo.
Datemi un "uomo forte" che si faccia carico dei miei problemi. Uno che ci sia quando ne ho bisogno. Che conosca le parole giuste per calmarmi, incoraggiarmi, consolarmi. Uno che mi faccia sentire accolta, amata, compresa. Che stia dalla mia parte o mi faccia ragionare, quando sbaglio. Che sia indipendente da me (e anche economicamente, se possibile). Ma, all'occorrenza mi faccia capire quanto sono importante per lui.
Oddio, forse io non sono single. Sono fidanzata con me stessa...
14 maggio 2012
22 aprile 2012
Rifugi dell'anima: Sesso, sbronze e sigarette
Si è appena conclusa una settimana intensissima in cui poco o nulla ho concesso a me stessa in termini di analisi e amor proprio. Lavoro, lavoro e ancora lavoro, con incursioni in una vita sociale che avevo dimenticato (ma allora esiste ancora?). E che, però, ho scontato in termini di ore di sonno e alimentazione.
Mi sono resa conto, allora, che la mia vita è dominata da tre grandi S che, in un modo o nell'altro, costituiscono il rifugio per la mia anima inquieta.
E cominciamo con "l'amato veleno", come ho sempre chiamato le sigarette in questo blog. Ho decisamente fumato di più, perché il loro consumo è inversamente proporzionale a quello del cibo. Meno mangio e più fumo. E viceversa. Così, questa settimana, avendo saltato il mio unico pasto quotidiano in almeno tre giorni, mi sono rifugiata tra le spire e le volute del fumo. E' sempre stata una mia debolezza, lo ammetto. Ma ho un rapporto contorto, sbagliato, perverso con l'alimentazione e la prima S costituisce l'unico rimedio possibile a garantirmi un qualche equilibrio. Il rifugio dalla me stessa grassa che non riesco a tollerare.
Da lì ho iniziato a riflettere sull'altra S, quella che ha caratterizzato buona parte di questo blog e degli ultimi anni della mia vita: Il sesso. Sono in fase analitica (che palle! Lo so) e mi sto convincendo che, in fondo, il sesso sia l'unico modo ancora sano con cui riesca a gestire un qualche rapporto con gli uomini. Per il resto è un vero disastro. In fondo il sesso è semplice, immediato, facile da gestire e ha anche il vantaggio di essere particolarmente piacevole. E' tutto il resto il vero problema. Soprattutto quando non hai ancora capito cosa vuoi veramente dall'altra metà del cielo. O se vuoi che l'altro diventi una metà di qualcosa. E su questo punto ho sprecato fin troppi post per non sapere, ormai, che vivo meglio da sola che in compagnia di un uomo. Il problema è che le mie conversazioni con l'altro sesso si stanno preoccupantemente e troppo spesso riducendo a due sole battute: "Rivestiti!" e "Vattene". Da quando ho deciso di buttare la spugna e smettere di parlare con gli uomini? Temo di non ricordarmelo più. Fatto sta che la mia totale incapacità ad approcciarmi a una relazione sana mi spinge a rifugiarmi nell'unico modo di gestirla che conosco: il sesso.
Per la cronaca, però, niente uomini questa settimana.
C'è infine la terza e più difficile S: la sbronza (ok, sarebbe stato meglio definirla l'alcool, ma poi perdevo il gioco delle tre S che fa più fico!). Devo confessare che ho qualche difficoltà a comprendere con precisione il mio legame con l'alcool. So che l'ho conosciuto da adolescente e posso dire che rappresenta una fuga dalla realtà. O, se volete, un rifugio dal dolore. E in questi mesi mi ci sono rifugiata, a volte. In questa settimana anche troppo spesso. Ma, almeno, sempre in compagnia. perché la mia parte razionale (che sarà pure rompicoglioni, ma essendo razionale ha quasi sempre ragione) ha stabilito che bere da sola costituisce il limite tra il vizio e la dipendenza. Almeno su questo fronte mi sento di non essere ancora giunta sul punto di iscrivermi all'Anonima Alcolisti. Ma certo, quando c'è qualcosa che mi turba, quando quel dolore che avevi buttato in fondo, in un luogo remoto, riemerge senza preavviso, la mia bottiglia di vino mi guarda languida e sembra promettermi che andrà tutto bene. E' il rifugio che temo più di tutti gli altri. Perché lo conosco da più tempo. Perché è il più attraente. Ed è anche quello in cui scappo per le cose più importanti.
Se il quadro non è confortante - e sicuramente non è edificante - c'è, però, un risvolto positivo nell'essere così come sono: il Senso del ridicolo. Ho trovato in questa quarta S la salvezza dai miei rifugi. Perché l'idea di rientrare nei cliché della donna perduta, difficile, melodrammatica, mi fa sentire immediatamente ridicola. Ed io ho una fobia per il ridicolo che rasenta la turba psichica. Non lo sopporto. Mi crea disagio. Non mi si addice. Non è esattamente la conquista delle tre S buone (Sicurezza, Serenità, Salute). Ma almeno è una spinta per uscire fuori da tutti i miei rifugi e provare a vedere cosa può accadere lì dove la vita continua a scorrere. E tu non hai più voglia di Scappare...
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12 aprile 2012
Ricominciare
Da quando mia madre se ne è andata ne sono successe di cose nella mia vita. Ma ci vorrebbe un'altra vita per poterle raccontare tutte. Ho trascurato questo mio spazio perché non avevo tempo. E quando lo avevo, lo consumavo nel dolore. Le cose sono andate di male in peggio da quel 28 dicembre, toccando tutte le sfere del mio vissuto. L'ultima è quella su cui ho investito di più: Il lavoro. Ma ci sarà tempo e modo di parlare anche di questo.
Comunque, è (stato) uno di quei periodi in cui va tutto storto. Persino le cose più insignificanti.
Mi capitano spesso. Sono dei cicli negativi. So che sarà successo anche a voi. Bisogna solo aver pazienza e aspettare che l'ondata negativa passi. Non so se sia già "in salvo". Ma ho deciso di riprendere la mia vita in mano... in qualche modo. Così ho ripreso contatti con quel vecchio sito di incontri per single (e non solo). E ho conosciuto un uomo. E' intelligente, simpatico, affettuoso e perverso al punto giusto. Ha molto vissuto e, di conseguenza, ha molto da raccontare. E' più grande di me - come da tradizione - ed è anche affascinante. Insomma avrebbe tutte le carte in tavola per stravolgermi la vita. Compreso quel briciolo di follia, la complessità del carattere, i problemi che fanno tanto dramma esistenziale e tutto il resto (da vera masochista, sono queste le cose che mi piacciono in un uomo).
Tutto perfetto? Macché!
Lui, come sempre, non ha colpa. Sono io che, evidentemente, sono diventata arida. Inizio a provare affetto per lui. Mi preoccupo se le cose non gli vanno bene. Gli do qualche consiglio. Lo ascolto se ne ha bisogno. E mi piace la sua compagnia. Anche in camera da letto le cose funzionano.
Ma questa merda di cuore che mi ritrovo, non ne vuol sapere di lasciarsi andare all'amore. E confina tutto nella più rassicurante amicizia (sebbene con incursioni nell'intimità).
Ha abbassato la guardia una sola volta e ha detto basta. Che diamine! Un po' troppo intransigente. Come si può restare ottusamente fedeli a qualcuno?
La cosa peggiore è che ho ripreso i contatti con mr Big. Uno scambio di sms, niente di più. Quanto basta a gettarmi ancora una volta nel salottino d'attesa delle sue attenzioni. Stavolta è stato lui a lasciarsi sfuggire uno "spero di rivederti, un giorno". E già la mia mente sta vagando per vecchi lidi.
Ricominciare non è mai una cosa semplice. La gente lo fa cambiando casa, città, compagni d'amore e di giochi. Io ho ricominciato dai miei errori. Mmm... Non promette niente di buono!
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14 gennaio 2012
Rompere gli argini
Ci siamo incontrati perché avevo bisogno di un suo consiglio. E, subito dopo, siamo andati a bere qualcosa in un bar. E' forse la prima volta che io e il laureato siamo usciti da soli. In genere ci incontriamo a casa mia dove l'epilogo ci è ben chiaro fin dall'inizio. Non che ci manchino argomenti di conversazione. O l'amicizia. E nemmeno l'affetto. Di sicuro non ci mancano l'interesse e l'attrazione. Ma non ci siamo mai fatti vedere in pubblico insieme. Da soli. Non so neanche io perché. Fatto sta che con la morte di mia madre lui mi è stato molto vicino. Anche a distanza. Anche con la giusta assenza. Sono forse questi i momenti in cui scopri chi ci tiene davvero a te. E posso dire che di affetto ne ho ricevuto tanto. Inutile dire che il mio amico B si è praticamente trasferito da me, trascorrendo anche l'ultimo dell'anno in una casa listata a lutto. L'amica storica e l'amico A (inconsolabile perché per mia madre è stato come un figlio) sono stati ugualmente presenti. E lo sono ancora. Ma su di loro un po' ci contavo. Senza mai darli per scontati, ma ci contavo.
Ci sono state, poi, quelle persone che mi hanno sorpreso. Quelle che mi ha fatto piacere rivedere. Quelli che mi hanno fatto commuovere. Ci sono stati anche i commenti su questo blog. E il calore degli abbracci virtuali.
E poi c'è stato lui, il laureato.
Dicevo che siamo andati a bere qualcosa e poi abbiamo mangiato una focaccia. In piedi, alla buona. Con una mezza birra divisa tra amici, quali siamo. Il sapore concreto e gustoso delle cose semplici. Abbiamo parlato, ovviamente. Anche se non ci siamo lasciati affascinare dal dialogo dei massimi sistemi.
Poi mi ha portato in un posto da cui si può ammirare quasi tutta la città. Era buio, ma le luci di Benevento rischiaravano la vallata. Abbiamo ballato un tango che, da vera impedita, ho trasformato nella marcia degli zombie.
Sembrava quasi la scena di un film. Fin troppi cliché per una cinica come me. E, infatti, puntuale è arrivato anche il bacio. O, meglio, i baci. Stavolta di tenerezza. Diversi dall'impeto con cui, in genere, ci lasciamo andare a casa mia.
Mi ha confidato qualcosa di personale. Mi ha fatto entrare nella sua vita.
E' stato allora che, al buio, al freddo, con la città che odio amare ai miei piedi, ho pianto. Finalmente.
Un pianto sommesso. Inatteso. Senza presupposti o preallarmi di tristezza. Un paio di lacrime che hanno trovato - chissà come - la strada per andare a morire sulle guance. Una breccia, un argine rotto con inaudita e imperdonabile disattenzione. A tradimento. Lasciando poi che venisse giù il diluvio.
Mi ha abbracciato. E mentre lui mi cingeva la vita standomi alle spalle, quasi per proteggermi, io affondavo il mio viso tra le mani. Siamo rimasti così per un po' di tempo. In silenzio, perché non so piangere in un altro modo. O, forse, il dolore è tanto più insidioso proprio perché agisce con passo felpato. E quando meno te lo aspetti è pronto a colpirti lasciandoti ammutolita. Mi sono sentita un'eroina tragica. E il brivido del feuilleton mi ha riportata alla realtà. Neanche nel momento di maggiore dolore riesco a sopportare il senso del ridicolo.
Mi sono ricomposta e siamo andati via. Abbiamo ancora parlato, riso, scambiato baci e battute. E poi ognuno è tornato a casa sua. Senza il solito epilogo. Un po' perché non sono proprio nello stato d'animo giusto. Un po' perché qualcosa tra noi è comunque cambiato.
A volte le reazioni incontrollate o i momenti di fragilità emotiva possono rivelare quello che non sai come definire. Non è una questione di amore. Sono ancora la donna che ha difficoltà ad innamorarsi, se non dei propri fantasmi. Ma è una questione di legami. E di posti e ruoli che gli altri occupano nella nostra vita. E lui è importante per me. Lo era già prima. Ma ora c'è una nuova consapevolezza. E la sensazione che queste vite resteranno legate, in qualche modo. Intrecciate in percorsi e strade che non ci è dato conoscere. A prescindere dalle altre persone che incontreremo in questo cammino, anche lui, ormai farà parte di me.
Ho solo un piccolissimo problema da quella sera: Come si fa a richiudere gli argini?
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06 gennaio 2012
In punta di piedi
Se ne é andata la mattina del 28 dicembre. In punta di piedi. In silenzio. Con discrezione, come ha sempre vissuto.
Chi l'ha trovata giura di aver pensato che stesse dormendo. E, in effetti, é stato difficile capire che fosse morta. É passata dal riposo degli uomini al sonno senza sogni. La morte dei giusti, mi hanno detto. Quella che ognuno si augura. Era stanca, dopo tante tribolazioni.
La malattia che l'ha colpita é stata solo l'ultima. L'aveva già sconfitta una volta. E in un certo senso lo ha fatto anche adesso. Andandosene per un cuore che non ha retto. Una vita difficile, tra dolori indicibili e interminabili prove da superare. Su tutte, l'aver seppellito una figlia. Un atto quasi contro natura.
Eppure una vita piena, appagante, sazia anche di gioie. Magari piccole, ma speciali perché speciale era il modo in cui le viveva. Non ha mai perso il sorriso. Quel sorriso caldo, accogliente, rassicurante. Un po' sbilenco per la parte destra della bocca che si sollevava prima e un po' di più della sinistra. Enigmatico e affascinante, come per la Gioconda. Potevi leggerci il mistero dell'universo e restare ancora a fissarlo, cercando altre risposte.
E non ha mai perso quello sguardo benevolo sul mondo. Il suo trovare una giustificazione ad ogni comportamento, ad ogni carattere, ad ogni gesto inappropriato. La sua forza era la sopportazione. La sua arma, la tolleranza. È difficile vincere contro una simile potenza. Non si poteva far altro che cedere le armi e arrendersi alla sua serenità. E, a pensarci bene, non mi viene in mente nemmeno una persona alla quale potesse stare antipatica.
Abbiamo parlato di viaggi, il giorno prima, durante la terapia. Voleva vedere Istanbul, vivere la magia delle due culture sospese sul Bosforo, ad incrociarsi, sfiorarsi, senza mai toccarsi veramente. Una città di contraddizioni, come era la sua vita. Mi mancherà quel suo essere madre e bambina, dispensatrice di cura e amore materno e mendicante di protezione e comprensione. E compagnia. Quella che troppe volte le ho negato inseguendo un lavoro, un amore, un ozio senza senso. E non potrò rimediare. Mai più. Accarezzando il suo ricordo ancora fresco. Troppo, persino per piangere. La chiamano incredulità.
Io penso che non se ne sia mai andata davvero. La sento dentro. E penso che sia lei a bloccarmi le lacrime. A fermare sul nascere qualsiasi senso di colpa. A regalarmi una serenità inquietante, perché innaturale. Continuo a ripetermi che il tempo mi regalerà il lutto e il conforto di buttare fuori quello che ora è in fondo all'abisso. Ma è un pensiero razionale. Per il momento lei è ancora con me. Dentro, nel profondo, ma con delicatezza. Il suo sorriso accogliente, in punta di piedi. Nella mente, nel cuore, nell'anima. Per sempre.
Ciao mamma.
Chi l'ha trovata giura di aver pensato che stesse dormendo. E, in effetti, é stato difficile capire che fosse morta. É passata dal riposo degli uomini al sonno senza sogni. La morte dei giusti, mi hanno detto. Quella che ognuno si augura. Era stanca, dopo tante tribolazioni.
La malattia che l'ha colpita é stata solo l'ultima. L'aveva già sconfitta una volta. E in un certo senso lo ha fatto anche adesso. Andandosene per un cuore che non ha retto. Una vita difficile, tra dolori indicibili e interminabili prove da superare. Su tutte, l'aver seppellito una figlia. Un atto quasi contro natura.
Eppure una vita piena, appagante, sazia anche di gioie. Magari piccole, ma speciali perché speciale era il modo in cui le viveva. Non ha mai perso il sorriso. Quel sorriso caldo, accogliente, rassicurante. Un po' sbilenco per la parte destra della bocca che si sollevava prima e un po' di più della sinistra. Enigmatico e affascinante, come per la Gioconda. Potevi leggerci il mistero dell'universo e restare ancora a fissarlo, cercando altre risposte.
E non ha mai perso quello sguardo benevolo sul mondo. Il suo trovare una giustificazione ad ogni comportamento, ad ogni carattere, ad ogni gesto inappropriato. La sua forza era la sopportazione. La sua arma, la tolleranza. È difficile vincere contro una simile potenza. Non si poteva far altro che cedere le armi e arrendersi alla sua serenità. E, a pensarci bene, non mi viene in mente nemmeno una persona alla quale potesse stare antipatica.
Abbiamo parlato di viaggi, il giorno prima, durante la terapia. Voleva vedere Istanbul, vivere la magia delle due culture sospese sul Bosforo, ad incrociarsi, sfiorarsi, senza mai toccarsi veramente. Una città di contraddizioni, come era la sua vita. Mi mancherà quel suo essere madre e bambina, dispensatrice di cura e amore materno e mendicante di protezione e comprensione. E compagnia. Quella che troppe volte le ho negato inseguendo un lavoro, un amore, un ozio senza senso. E non potrò rimediare. Mai più. Accarezzando il suo ricordo ancora fresco. Troppo, persino per piangere. La chiamano incredulità.
Io penso che non se ne sia mai andata davvero. La sento dentro. E penso che sia lei a bloccarmi le lacrime. A fermare sul nascere qualsiasi senso di colpa. A regalarmi una serenità inquietante, perché innaturale. Continuo a ripetermi che il tempo mi regalerà il lutto e il conforto di buttare fuori quello che ora è in fondo all'abisso. Ma è un pensiero razionale. Per il momento lei è ancora con me. Dentro, nel profondo, ma con delicatezza. Il suo sorriso accogliente, in punta di piedi. Nella mente, nel cuore, nell'anima. Per sempre.
Ciao mamma.
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27 ottobre 2011
Conto alla rovescia
I giorni peggiori sono quelli importanti. I compleanni, Natale, Capodanno... Pensi - ne sei quasi certa - che potrebbe essere l'ultimo in sua compagnia. L'ultimo da festeggiare senza una vera festa. Perché lei lo sa. E lo sai anche tu. E non è più un anno che passa, ma un giorno in meno da vivere. In questo conto alla rovescia.
Nessuno dovrebbe mai conoscere la data della propria morte. Ma ai malati terminali questa chance è negata. E tutto cambia prospettiva. Non c'è più la quotidianità. Ma un dolore costante, insistente, che non ti lascia mai. E si acuisce in quei momenti speciali. Perchè la scadenza si avvicina ad ogni respiro, ad ogni palpito. Inesorabile. Inevitabile.
Ed ogni minuto sottratto è un senso di colpa che si aggiunge. Otto ore al lavoro sono otto ore senza di lei. Sprecate. Perse. Inutili.
Non sono pronta a perderla. Mi sento ancora la figlia bisognosa di protezione. E cerco il suo abbraccio, confortando e cercando conforto. Vorrei liquefarmi in quel calore umano. Respirare a pieni polmoni il profumo della sua pelle per farlo entrare dentro di me. Fondermi con lei per non lasciarla andare via.
E ripenso ai nostri viaggi, alla nostra complicità. Al mio bisogno costante di proteggerla e guidarla in città straniere.
Poi arriva ancora il senso di colpa. Per le volte che non l'ho chiamata. Per quei giorni in cui l'ho data per scontata. Per il viaggio di questa estate, rimandato per un capriccio lavorativo. E che ora non potremo fare più. Mai più.
E, ancora, senso di colpa. Quando mi abbandono all'egoismo e penso che questa sia una punizione per i miei pensieri cattivi, le mie invidie, le mie maldicenze, un tempo considerate semplici scivoloni in una natura umana imperfetta. O forse è stato il mio vantarmi di una vita tutto sommato felice, nonostante i gravi colpi che la mia famiglia ha già subito. Ecco, forse è stato questo sfidare la sorte. Questo ottimismo sbandierato a dispetto di tutto. Questo voler vivere per forza nonostante i colpi inferti dal destino. E' un peccato di hybris e gli dei mi hanno punito. Non solo portandomi via la persona che più amo al mondo. Ma facendolo con scientifico stillicidio. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora. Attimo dopo attimo. Perché io possa averne la massima consapevolezza.
E non c'è pace né rassegnazione che possa accompagnarmi in questo cammino.
Nè una fuga o un vigliacco dietrofront.
Dovrò percorrerlo tutto, in sua compagnia. Sorreggendo per essere sorretta. Incoraggiando per essere incoraggiata. Sorridendo per non essere sopraffatta.
Sapendo che il dolore che provo è profondo e senza riscatto.
Onnipresente in ogni gesto.
Pungente in ogni respiro.
Straziante in ogni pensiero.
E infinito
Come le mie lacrime.
Nessuno dovrebbe mai conoscere la data della propria morte. Ma ai malati terminali questa chance è negata. E tutto cambia prospettiva. Non c'è più la quotidianità. Ma un dolore costante, insistente, che non ti lascia mai. E si acuisce in quei momenti speciali. Perchè la scadenza si avvicina ad ogni respiro, ad ogni palpito. Inesorabile. Inevitabile.
Ed ogni minuto sottratto è un senso di colpa che si aggiunge. Otto ore al lavoro sono otto ore senza di lei. Sprecate. Perse. Inutili.
Non sono pronta a perderla. Mi sento ancora la figlia bisognosa di protezione. E cerco il suo abbraccio, confortando e cercando conforto. Vorrei liquefarmi in quel calore umano. Respirare a pieni polmoni il profumo della sua pelle per farlo entrare dentro di me. Fondermi con lei per non lasciarla andare via.
E ripenso ai nostri viaggi, alla nostra complicità. Al mio bisogno costante di proteggerla e guidarla in città straniere.
Poi arriva ancora il senso di colpa. Per le volte che non l'ho chiamata. Per quei giorni in cui l'ho data per scontata. Per il viaggio di questa estate, rimandato per un capriccio lavorativo. E che ora non potremo fare più. Mai più.
E, ancora, senso di colpa. Quando mi abbandono all'egoismo e penso che questa sia una punizione per i miei pensieri cattivi, le mie invidie, le mie maldicenze, un tempo considerate semplici scivoloni in una natura umana imperfetta. O forse è stato il mio vantarmi di una vita tutto sommato felice, nonostante i gravi colpi che la mia famiglia ha già subito. Ecco, forse è stato questo sfidare la sorte. Questo ottimismo sbandierato a dispetto di tutto. Questo voler vivere per forza nonostante i colpi inferti dal destino. E' un peccato di hybris e gli dei mi hanno punito. Non solo portandomi via la persona che più amo al mondo. Ma facendolo con scientifico stillicidio. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora. Attimo dopo attimo. Perché io possa averne la massima consapevolezza.
E non c'è pace né rassegnazione che possa accompagnarmi in questo cammino.
Nè una fuga o un vigliacco dietrofront.
Dovrò percorrerlo tutto, in sua compagnia. Sorreggendo per essere sorretta. Incoraggiando per essere incoraggiata. Sorridendo per non essere sopraffatta.
Sapendo che il dolore che provo è profondo e senza riscatto.
Onnipresente in ogni gesto.
Pungente in ogni respiro.
Straziante in ogni pensiero.
E infinito
Come le mie lacrime.
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18 settembre 2011
Incatenata
Nell'ultimo post Turista di Mestiere si chiedeva cosa il tempo mi riserverà. Io, sinceramente, non vorrei saperlo. Ci ho pensato molto. E la mia vita, fatta di troppa quotidianità e impegni lavorativi, avrebbe bisogno di una bella sorpresa, per rendermi di nuovo interessata a lei.
Comunque, vi aggiorno sugli ultimi (rari) avvenimenti. Anisso (il tunisino) continua a scrivermi messaggi. Io ho risposto poco e male. E mi sono trovata a rivestire i panni della stronza. Non l'ho fatto volutamente. E ho tentato di fargli capire che per lui, nella mia vita, posto non ce n'era. L'ultimo sms è stato straziante. Mi ha detto che continua ad aspettare un mio gesto, un mio messaggio. Qualcosa a cui aggrapparsi per coltivare la speranza, la più perfida consigliera degli amanti. Vorrei che la barriera linguistica non ci fosse. Così potrei dirgli cosa penso realmente. Cosa è stato per me (e cosa è stato? mah... nulla più di una vacanza anche mentale). E cosa non potrà mai essere.
Sul fronte nuovi acquisti, invece, mi sono rivista con l'uomo della domenica. Siamo amici e, così, non abbiamo fatto altro che prendere un caffé insieme. Ma credo che a breve troveremo il modo di riprendere un altro tipo di frequentazione.
Questa settimana, d'altra parte, ho un mezzo appuntamento col laureato. Il che significa che, molto probabilmente, non ci vedremo. Il laureato è ossessionato dall'idea di tenere questa cosa tra noi lenta e allentata. Ha paura di cadere in una frequentazione più quotidiana e si attribuisce il merito, per questo, della durata record di due anni per il nostro rapporto. In effetti per me è un bel traguardo, se si eccettua la mia relazione con A.
Ma anche da quel punto di vista, l'amicizia è il sentimento predominante.
Sto iniziando a chiedermi se non sia diventata arida e incapace di amare.
Quando mi succede, allora penso a Mr Big. Sorprendendomi sempre per il fatto di trovare integro e intatto il mio sentimento nei suoi confronti. Certo, si è aggiunta la rassegnazione. E una serena accettazione delle cose che non posso cambiare. Ma lui è sempre lì. Il mio miraggio lontano. La meta da raggiungere che vorrebbe anche dire mollare questa vita che non è vita.
Che strano. Sto pensando che il mio essere iperimpegnata non mi ha portato poi tanto lontano dalla sua situazione. Entrambi ci rifiutiamo di vivere una vita che possa chiamarsi tale. Lui per una inesorabile negazione della stessa. Io per la vorace voglia di riempire quel vuoto che lui ha lasciato. Sono riuscita a incastrarmi da sola. Incatenata in una città che sopporto a malapena. Inchiodata da un lavoro che mi costringe a parlare solo di lei. E anche in questo caso il risultato è lo stesso. Non sto vivendo la mia vita. La sto scrivendo.
Vorrei avere il tasto per cancellare le ultime pagine e ricominciare daccapo.
Scriverei una nuova storia. E parlerebbe di libertà...
Comunque, vi aggiorno sugli ultimi (rari) avvenimenti. Anisso (il tunisino) continua a scrivermi messaggi. Io ho risposto poco e male. E mi sono trovata a rivestire i panni della stronza. Non l'ho fatto volutamente. E ho tentato di fargli capire che per lui, nella mia vita, posto non ce n'era. L'ultimo sms è stato straziante. Mi ha detto che continua ad aspettare un mio gesto, un mio messaggio. Qualcosa a cui aggrapparsi per coltivare la speranza, la più perfida consigliera degli amanti. Vorrei che la barriera linguistica non ci fosse. Così potrei dirgli cosa penso realmente. Cosa è stato per me (e cosa è stato? mah... nulla più di una vacanza anche mentale). E cosa non potrà mai essere.
Sul fronte nuovi acquisti, invece, mi sono rivista con l'uomo della domenica. Siamo amici e, così, non abbiamo fatto altro che prendere un caffé insieme. Ma credo che a breve troveremo il modo di riprendere un altro tipo di frequentazione.
Questa settimana, d'altra parte, ho un mezzo appuntamento col laureato. Il che significa che, molto probabilmente, non ci vedremo. Il laureato è ossessionato dall'idea di tenere questa cosa tra noi lenta e allentata. Ha paura di cadere in una frequentazione più quotidiana e si attribuisce il merito, per questo, della durata record di due anni per il nostro rapporto. In effetti per me è un bel traguardo, se si eccettua la mia relazione con A.
Ma anche da quel punto di vista, l'amicizia è il sentimento predominante.
Sto iniziando a chiedermi se non sia diventata arida e incapace di amare.
Quando mi succede, allora penso a Mr Big. Sorprendendomi sempre per il fatto di trovare integro e intatto il mio sentimento nei suoi confronti. Certo, si è aggiunta la rassegnazione. E una serena accettazione delle cose che non posso cambiare. Ma lui è sempre lì. Il mio miraggio lontano. La meta da raggiungere che vorrebbe anche dire mollare questa vita che non è vita.
Che strano. Sto pensando che il mio essere iperimpegnata non mi ha portato poi tanto lontano dalla sua situazione. Entrambi ci rifiutiamo di vivere una vita che possa chiamarsi tale. Lui per una inesorabile negazione della stessa. Io per la vorace voglia di riempire quel vuoto che lui ha lasciato. Sono riuscita a incastrarmi da sola. Incatenata in una città che sopporto a malapena. Inchiodata da un lavoro che mi costringe a parlare solo di lei. E anche in questo caso il risultato è lo stesso. Non sto vivendo la mia vita. La sto scrivendo.
Vorrei avere il tasto per cancellare le ultime pagine e ricominciare daccapo.
Scriverei una nuova storia. E parlerebbe di libertà...
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